Yoga in giro: Casa Circondariale “Lorusso e Cotugno”, Torino

Ho iniziato ad insegnare yoga presso la Casa Circondariale di Torino nell’ormai lontano 2009. In prossimità di lasciare il lavoro per essere collocata in prepensionamento, volevo fare un’attività di volontariato che riguardasse lo yoga, ma non mi sentivo preparata per insegnare a ragazzini o a persone portatrici di disabilità. Una mia cara amica avvocato mi aveva allora consigliato di rivolgermi al direttore della Casa Circondariale, persona nota per la sua apertura alle attività di volontariato e alle politiche volte a dotare i detenuti degli strumenti necessari per reinserirsi nella società. Ricordo ancora il giorno del primo colloquio, quanto ero emozionata. Il direttore mi aveva chiesto: “Che cosa crede di trovare qui dentro?” e dalla bocca, senza che ci pensassi, mi erano uscite queste parole: “Lo yoga aiuta a ritrovare il rispetto di Sé”.

Poiché nessuno all’interno dell’Istituto aveva particolare esperienza  di yoga, sono stata mandata in primo luogo in un reparto “speciale”, in cui i detenuti erano collocati in celle singole e avevano un programma particolarmente ricco di attività: questo perché avevano accettato di essere sottoposti all’esame di sieropositività e di farsi curare.  L’ufficio degli educatori aveva ritenuto che questo reparto fosse meno “traumatico” per una neo volontaria senza esperienza di carcere, ed in effetti forse l’effetto carcere si sentiva meno, però poche persone in realtà erano interessate allo yoga. Ho portato avanti il mio lavoro comunque, anche con solo  due-tre allievi per volta, grazie alla mia insegnante di quei tempi, Maria Paola, che mi aveva regalato dei tappetini e poi dell’associazione Light On Yoga che mi ha rimborsato l’acquisto degli indispensabili supporti per la pratica dell’Iyengar Yoga. O almeno di alcuni di essi: nessun problema per i tappetini, le coperte, e i mattoni in materiale leggero; assolutamente vietate le cinture e anche le sedie pieghevoli in metallo. Poco per volta, la mia “sala da yoga” all’interno del Padiglione “Prometeo” della Casa Circondariale ha acquistato un aspetto quasi da luogo di yoga normale; ma avvertivo che i detenuti erano pigri e svogliati e facevano gran fatica a seguire l’attività, come se ogni volta “tirassero a sorte” a chi toccava andare a fare yoga (così anche per le altre attività) per non perdere i privilegi di essere ospitati in un padiglione comunque più confortevole di altri. Tuttavia il mio lavoro non era privo di soddisfazioni: il programma per principianti che funzionava per gli studenti normali andava benissimo anche per i detenuti sieropositivi, per quanto l’associazione mi avesse allora richiesto una relazione, di concerto con la mia insegnante, sui programmi speciali per studenti di yoga sieropositivi. Ho comunque imparato da questa esperienza che le persone che hanno  sofferto di dipendenze in passato sono quelle che hanno maggiore difficoltà a concentrarsi su una pratica come quella dello yoga. Una esperienza simile l’ho infatti vissuta, tempo dopo, con un esperimento di attività di yoga al padiglione femminile: molta apparente disponibilità, ma pochissimi risultati tangibili.

Le cose parevano destinate a trascinarsi senza particolare soddisfazione finché non mi hanno detto che avrei dovuto “parlare con Pietro”. Pietro era un insegnante della scuola media interna all’Istituto e una persona  simpaticamente eccentrica, profondamente umana e ricca di buona volontà per promuovere le iniziative ritenute meritevoli. Pietro mi ha aiutato ad organizzare degli “incontri” con gruppi di detenuti di tutti i padiglioni dell’istituto, per far conoscere la mia attività, che fu adottata tra le discipline della scuola. Così ho iniziato a fare tante lezioni, anche tre alla settimana, con gruppi numerosi di detenuti, fino a 20 per volta. La cosa gratificante era l’interesse e la curiosità che lo yoga suscitava; la difficoltà era costituita dal doversi adattare a sempre differenti spazi, senza la possibilità di trasferire il materiale. Teoricamente la possibilità esisteva, ma poi c’è stato l’episodio “dell’ascensore” e quindi ho smesso di pretendere di trasferire tappetini, coperte e mattoni da un luogo all’altro, magari distanti centinaia di metri. Mentre ho sempre avvertito il massimo rispetto da parte dei detenuti, magari svogliati, ma sinceramente riconoscenti di quello che veniva loro offerto, qualche volta ho avvertito insofferenza da parte degli agenti di custodia, costretti ad un lavoro noioso, stressante e pericoloso, in cui ogni novità rischia di essere vista come un aggravio alle già numerose e pesanti incombenze. E’ stato per iniziativa di uno di loro che sono stata “dimenticata” in ascensore al buio per circa mezz’ora: l’ascensore ha le porte bloccate se non con le chiavi in loro possesso per cui non mi è rimasto che attendere di essere liberata, cosa che poi è avvenuta, non so ad opera di chi, forse della stessa persona che ha deciso di non farlo quando ho suonato il campanello la prima volta.

Sarebbe interessante illustrare questa relazione con fotografie, ma all’interno dell’Istituto è assolutamente vietato fotografare e occorre munirsi di lucchetto per lasciare la propria borsa (soprattutto i telefoni cellulari) negli appositi armadietti prima di entrare nei reparti di detenzione. La fotografia qui sopra è dal sito web dell’Istituto. I controlli sono molto severi, anche se largamente dipendenti dalla discrezione di chi si trova dall’altra parte al momento. All’entrata dell’istituto si presenta un documento (occorre naturalmente che l’attività sia stata approvata dalla direzione e che l’ingresso sia autorizzato dal magistrato di sorveglianza. I permessi devono essere rinnovati ogni anno) e si riceve un pass; questo va mostrato all’ingresso dei reparti, dove si lasciano le borse (si può portare all’interno solo l’indispensabile in una cartellina trasparente); all’ingresso dei vari padiglioni occorre mostrare nuovamente il pass e ogni persona viene registrata, ora di ingresso e ora di uscita. All’uscita il percorso inverso.

Vista la difficoltà di muovermi con il materiale all’interno dell’Istituto, con Pietro abbiamo individuato un luogo adatto dove tenere le mie lezioni. Tempo fa esistevano cucine separate per ogni padiglione (che ospita circa 400-500 detenuti); poi si è costruita una cucina centralizzata e sono rimaste ampie stanze senza un vero utilizzo, poco per volta riconvertite in laboratori. La sala è davvero ideale: circa 35 mq., in grado di ospitare per la pratica 10-12 persone, con ampie finestre, il sole al mattino e l’ombra al pomeriggio. Ma soprattutto, ho immediatamente avvertito da parte dei detenuti un entusiasmo completamente diverso per lo yoga. Questo padiglione ospita detenuti con alto turn over, molti non ancora con la condanna definitiva. La cattiva notizia è che sono costretta a fare quasi sempre una pratica di base, anche se alcuni poi sono rimasti anni a seguire le mie lezioni, ogni volta c’è qualcuno di nuovo e qualcuno che è uscito o è stato spostato. La buona notizia è che non rischio di affezionarmi a nessuno di loro, anche se spesso mi sono sorpresa ad essere un po’ dispiaciuta di non vedere più allievi che avevano seguito con tanta costanza e passione, da aver modellato il loro fisico “da Iyengar yoga”, con gambe ben diritte, schiena eretta e torace aperto!

Quando mi accade di parlare della mia attività di volontaria, quasi tutti mi chiedono se lavoro al reparto femminile. Invece no, lavoro nei reparti “normali”, e in Italia, come in tutto il resto del mondo, i delinquenti -coloro che hanno trasgredito gravemente le leggi- e si sono resi colpevoli di un reato penale, sono per il 95% di sesso maschile. Poi, una delle prime cose che colpisce vedendo la popolazione carceraria è il fatto che più che colpevoli la maggior parte di queste persone sembrano sfortunate: privi, molti di loro, dei mezzi necessari per pagare un buon avvocato, privi dell’istruzione e della competenza necessaria per portare avanti la propria vita senza rischiare di mettersi nei guai. Tante associazioni di volontariato collaborano, tra cui quella cui appartengo:  “La Brezza”.

Tra tutti gli studenti yoga che ho avuto nelle mie classi, sono proprio i detenuti le persone più attente alla filosofia yoga: io racconto spesso la leggenda del carro di Arjuna, che doveva dominare i propri sensi con l’aiuto di Krishna e l’attenzione loro è certe volte commovente, quando spiego che secondo la filosofia yoga i sensi sono ingannevoli e che occorre scegliere con l’intelligenza, non secondo la prima impressione. Questo è un messaggio che arriva direttamente al loro cuore, e allora, strizzando l’occhio, dico loro che le persone che praticano yoga non rientrano più in carcere una volta uscite, perché si sono abituate a ragionare prima di reagire. Per molti di loro, accusati di piccoli furti o spaccio, ritorna continuamente in mente l’episodio che “li ha portati dentro” come si sono comportati e dove hanno sbagliato. La loro condizione di detenzione li rende particolarmente adatti all’ascolto.

Come si svolge una lezione di yoga all’interno del carcere? esattamente come le lezioni all’esterno! Ho un mio quaderno dove segno i nomi degli allievi, un numero variabile tra quattro e dieci, che vengono riuniti spesso con l’aiuto di un agente di custodia che segue in particolare le attività rieducative. La sala da yoga al secondo piano è piuttosto confortevole. Uno o due detenuti sono incaricati di fare le pulizie una volta alla settimana. Le scarpe vengono lasciate all’ingresso. Dopo la registrazione delle presenze e i tre “AUM” di invocazione, di solito vengono eseguite le posizioni in piedi. I miei allievi sono di età variabile tra i 18 e i 70 anni, ma normalmente l’età è tra i 25 e i 45 anni. La maggior parte di loro fa altra attività fisica, ma non hanno l’abitudine a “dialogare” con il proprio fisico per cui avvertono immediatamente i benefici del movimento secondo le istruzioni dell’Iyengar Yoga e sono pronti per posizioni più impegnative, adho mukha svanasana, uttanasana, urdhva mukha svanasana. Quasi sempre eseguiamo adho mukha vrchasana e gli allievi si aiutano l’uno con l’altro ad imparare a salire nella posizione. “L’importante non è fare meglio degli altri, ma fare meglio di quello che si è fatto la volta precedente”. Con le posizioni capovolte gli allievi imparano un altro modo di sentire il corpo e la mente: ovviamente si tratta di un momento di evasione, di divertimento, di esperimento. Nelle successive posizioni sedute o in avanti non si sente più volare una mosca: queste sono difficili per la maggior parte di loro, abituati a lavorare più di forza che di flessibilità. Come in una qualsiasi lezione, il mio sforzo è dedicato a spiegare che non si tratta solo di un esercizio fisico, ma di una meditazione, di una pratica volta ad andare in profondità dentro di sé. Gli allievi comprendono e mettono attenzione. Concludo con qualche minuto di pranayama e savasana.

Se a volte mi chiedo come mai sto ancora andando una volta alla settimana alla Casa Circondariale, dopo otto anni (un’ora e un quarto ad andare con il pullman n.29, da capolinea a capolinea, un altro quarto d’ora all’andata e al ritorno per i controlli, almeno un quarto d’ora per riunire gli allievi, totale quasi 4 ore per fare una lezione di poco più di un’ora) questo capita sempre prima di fare la lezione e non dopo. Finita la lezione, sono sempre contenta. Mi basta vedere la differenza di espressione dei miei allievi prima e dopo la pratica per capire che quello che faccio ha un senso.

E la settimana dopo ritorno, benché le cose si stiano facendo sempre più difficili. L’orario a disposizione delle attività di volontariato è stata ridotta, il tempo passato dai detenuti obbligatoriamente in cella è stato allungato. Questo in tempi in cui si parla sempre di più di recupero dei detenuti, di attività utili, sembra che la realtà del carcere sia sempre di più chiusa in se stessa.

Il boom dello yoga ha riguardato molto marginalmente gli aspetti di possibile applicazione dello yoga nel sociale, e questo -secondo me- è un gran peccato! (qui parlo di associazioni di yoga)

Nello stesso tempo, i “problemi di sicurezza” hanno sempre la priorità (giustamente) sulle attività di recupero dei detenuti e questo è un altro gran peccato (qui parlo delle strutture carcerarie).

Le due cose insieme faranno sì che prima o poi metta fine a questa straordinaria esperienza.

 

 

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