Asana/Yama: “non fare” nello yoga

Ahimsa Satyasteya Brahmacharya Aparigrahah Yamah (YS, II, 30)

Non violenza, veridicità, astenersi dal rubare, continenza e assenza di avidità per i beni materiali al di là delle proprie necessità sono i cinque pilastri di  yama (Iyengar, traduzione di G. Giubilaro)

Le astensioni (yama) sono: non nuocere, non dire falsità, non rubare, non compiere attività sessuale, non trattenere nulla per sè (Squarcini)

Questo seminario (28 ottobre2017) dedicato ad Asana e Yama (l’immagine in copertina  viene di qui)  prosegue la serie già iniziata la scorsa primavera, in cui sono state proposte sequenze ispirate da alcune “parole chiave” degli Yoga Sutra: la stabilità, il distacco, l’ardore, il coraggio, la conoscenza.

Prosegue soprattutto la materia del seminario su Asana/Dhyana in cui erano state studiate le posizioni “originarie” dello yoga in quanto utilizzate, secondo alcuni commentatori, soprattutto per la meditazione.

Poiché gli Yama sono a capo dell’elenco degli otto “anga”,  si può dedurre che la dedizione alla pratica yoga non sia matura sino a quando gli yama non sono entrati a far parte del comportamento e della pratica di vita individuale. Iyengar, nella sua introduzione agli Yoga Sutra con la traduzione e commento di Edwin Bryant,  ha osservato che yama e nyama costituiscono il percorso della  “pratica”, ovvero occorre praticare yama e nyama per controllare  le fluttuazioni della mente.

La non violenza (ahiṁsā) é stata la parola d’ordine di Gandhi ed è il grande messaggio che l’India ha regalato al resto del mondo. Se Yama costituiscono la radice dello yoga (infatti sono menzionati per primi), ahiṁsā é la radice di Yama. Non danneggiare alcun essere vivente significa anche avere un rapporto corretto con l’ambiente che ci circonda, e con noi stessi.

La verità (satya) il secondo yama, ha a che fare con il corretto processo di apprendimento e di vera conoscenza. La parola deve essere sempre usata a fine di bene e di verità e la verità non deve essere usata con brutalità, ma con gentilezza. Si può dedurre che anche l’ascolto deve essere onesto e attento, rivolto a migliorare la conoscenza spirituale: anche questa è una indicazione per la pratica degli asana.

Non rubare (asteya), il terzo yama, è descritto come non appropriarsi di cose altrui e nemmeno desiderare di farlo. Questo ultimo aspetto è importante , come avevano già suggerito i primi commentatori, perché più si desidera qualcosa, più si è tentati di appropriarsene con ogni mezzo. Non c’è bisogno di ricordare che l’invidia è una malattia perenne, contagiosa in ogni ambiente e ogni periodo storico: è talmente comune che vale la pena di tenere a mente che gli yama sono una “pratica”,  un astenersi da….

Non avere desiderio smodato (brahamacarya) si riferisce non solo  alla sfera sessuale, ma può benissimo riferirsi al cibo, e a molte abitudini di vita che ci vogliono assuefatti.

Rinunciare all’avidità è non attaccamento (aparigrahah). La Bhagavad Gita insiste molto su questo punto, e il non attaccamento è anche ai risultati delle proprie azioni.

ocean-of-life
Come interpretare gli yama per la pratica degli asana? Gli studenti di yoga (soprattutto quelli intermedi ed avanzati! E gli insegnanti ancora di più) non resistono alla tentazione di vedere gli asana come una sfida. Non c’è niente di male in questo perché è sempre necessario mettersi alla prova, non fare di più di quello che si è in grado di fare, ma nemmeno di meno, altrimenti prevale la pigrizia. Tuttavia,  come bene spiega nelle sue lezioni Prashant Iyengar, è facile cadere nella logica del “fare”: fare la pratica, fare gli asana, fare il pranayama, fare meditazione, fare dieci minuti di sirsasana più le variazioni ecc.

In una  pratica matura degli asana si dovrebbe aver superato il semplice “fare” per chiedersi che cosa “fanno” gli asana per noi: e qui si aprono molte risposte ed anche molti interrogativi.

Praticare gli asana tenendo presente Yama significa non identificarsi con le proprie fluttuazioni (YS, I, 4), ma porsi in ascolto con la massima onesta ed equanimità possibile: equilibrare il lato destro e il sinistro, la parte anteriore e quella posteriore, la parte volitiva e quella pigra, la parte onesta e quella che vorrebbe “rubare” energia.

B.K.S. Iyengar ha osservato, a proposito della pratica degli asana, che la flessibilità che si ottiene è il simbolo della flessibilità che si raggiunge rispetto ai problemi e alle sfide della vita: non è l’ambiente esterno che si deve continuare a modificare -e questo richiederebbe spesso il ricorso alla violenza, menzogna, furto di risorse, desiderio smodato, avidità- ma è lo studente di yoga che si deve continuamente riequilibrare internamente ad ogni livello, fisico, emozionale e mentale.  Diversamente, la pratica degli asana, da sola,  sarebbe soltanto ginnastica.

E’ evidente la potenza grandissima dei cinque Yama, capaci da soli, nella pratica corretta, di permettere il raggiungimento dello scopo dello yoga. Non si tratta certo di un primo passo ma forse del più difficile: fortunatamente esistono gli altri “anga” tra cui gli asana, la cui pratica è più facilmente accessibile per noi e che quindi possiamo coltivare con particolare attenzione ai precetti di Yama.

Ed ecco una possibile sequenza di posizioni tutte supportate, che vanno eseguite in modo  da ascoltare le sensazioni del corpo rispetto al supporto. Si tratta di posizioni piuttosto semplici in quanto devono spronare non “il fare”,  ma il “non fare”, l’ascoltare, lo spegnersi delle fluttuazioni, il punto di vista dell’osservatore esterno.

supta tadasana

supta urdhva hastasana

supta pavana muktasana

supta padangustasana 1 e 2. Nel portare la gamba lateralmente, ascoltare dove andrebbe il peso se non contrastato, e ruotare l’ombelico e il torace in direzione opposta.

urdhva prasarita padasana con le gambe a 90° e la cintura.

jatara parivartanasana

img_4256.jpgvajarasana con la cintura alle caviglie

ardha parsva hastasana (v. foto) la mano contro il muro nelle 4 direzioni. Ascoltare un minuto per posizione e per parte.

utikatasana dita al muro

img_42561.jpgutthita trikonasana con il piede dietro al muro. Ruotare ombelico e torace verso il muro, come in supta padangustasana laterale.

utthita parsvakonasana piede dietro al muro

ardha chandrasana piede dietro al muro

parsvottanasana

adho mukha svanasana mani sui mattoni nelle varie direzioni

sirsasana

paschimottanasana mani su due mattoni

marichasana 1

paschimottanasana idem

marichasana 3

paschimottanasana capo supportato

img_42562.jpghalasana con i piedi al muro. Spingere la pianta dei piedi. Estendere le mani in direzione opposta su due mattoni con i palmi verso il basso e verso l’alto.

savasana

 

Bibliografia consultata:

B.K.S. Iyengar, Gli antichi insegnamenti dello Yoga. I Sutra del grande maestro Patanjali, 1997

Taimni I. K. La scienza dello Yoga. Commento agli yogasutra di Patanjali, 1970

Patanjali. Yogasutra, a cura di Federico Squarcini, 2015

E.F. Bryant, The Yoga Sutras of Patanjali. A New Edition, Translation and Commentary, 2015

C. Pisano, Virasamavesa, La contemplazione dell’eroe, 2011 (in particolare la sequenza alle p. 385-389)

 

 

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